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1 Saluto

                                          ...::: AryA :::...

                                           (Dama Idryal Undomiel)

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Nonc'è dubbio Damigella che la sete di scrittura non ci ha contagiato
quasi quanto la Zimitite ( per chi non lo sapesse è una malattia mortale quasi quanto la febbre suina ma molto piu divertente se la prendi)
mi devo mettere all'opera e leggere questa bella storia
magari trova qualche spunto per la mia!!!
Anhe se le vicende di cavalieri ed elfi si sposano male con la vita millenaria del mio vampirello acido!
Apr. 28
Vito M.wrote:
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Apr. 3
federicawrote:
ciao io sono un' amica di marco tu sei la cugina il mio indirizzo è questo fedeyea@live.it e il tuo?io ho 11 anni e mi chiamo federica.
Mar. 30
Ehi Dama/ Arya...ma quanti blog tuoi dovrò ancora scovare??
Ho trovato abche questo...hihihihi...
sono un segugio...
Buona notte
Mar. 26
master pokewrote:
francy sei mitica

Mar. 14
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May 18

Capitolo 5; parte I

THE LEGEND OF THE ELVE
CAPITOLO 5; EPISODIO 1: NELLE MONTAGNE DELL'EST.

Ettelen si era appena congedato dai due cacciatori, Brahim e Dirbahal. I due invece rimontati a cavallo avevano preso la strada che conduceva a Nord-Est, alla sorgente di Hìrimos. Non avevano viveri e si procuravano il cibo cacciando. Erano oramai passati un paio di giorni dall'incontro con Ettelen quando si imbatterono in un'accampamento di Goblin, ma ve ne erano pochi. Cercarono di aggirarli ma uno di loro si accorse dei due ed avvertendo gli altri li attaccarono, Brahim era abile nel destreggiare le armi, e con l'aiuto dei suoi incantesimi riuscì a liberarsi del piccolo gruppo che li circondavano. Non fu bene, però, per Dirbahal, che, se pur essendo più arrogante, in fatto di armi era, come si suol dire, scerso, ed in effetti venne ferito a morte. Brahim riuscì dunque a portare lontano dall'accampamento Goblin il compagno ferito. Giunti, galoppando follemente alla sorgente di Hìrimos, Brahim depose Dirbahal sull'erba fresca. L'uomo aprì gli occhi e stringendo la mano dell'amico disse:
"Brahim, amico mio... ... ...porta i miei saluti a mia moglie e mio figlio Duirbahal. ...Digli che continuerò ad amarli anche se sono morto, e tu... ...non ti dispiacere di ciò che è successo. Tu non... ...non hai colpa... ...io non ho mai destreggiato bene con le armi. ...Addio Brahim... amico mio!" detto cìò Dirbahal spirò. Allora Brahim scavò, grazie all'aiuto della magia, una fossa e vi depose l'amico defunto, poi lo ricoprì e disse al vento:
"Quì giace DIRBAHAL. Egli non era guerriero, ma istruttore. Morto sconfitto dalla sua debolezza e dai Goblin. Che le ninfe e gli elfi benedetti abbino cura della sua anima." allorchè queste parole apparvero su di un'enorme pietra piatta che Brahim aveva trovato e posto sulla terra che ricopriva Dirbahal, e così fu ricordato, e dell'erba verde crebbe lì intorno ed adornò la pietra. Brahim, rimasto solo, errò per le montagne non sapendo dove egli si stava dirigendo.
Da giorni oramai batteva la grande catena appenninica dell'est. Vide molte cose. Vide dell'osurità su Làurinién. La desolazione del Nord. Uno spettacolo orribile. Non aveva più freccie per cacciare, e cominciava a stancarsi per poter utilizzare la magia, anche se non poteva perchè era una delle prime leggi della magia - l'impossibilità di procurarsi cibo. Di selvaggina non se ne vedeva.
Una sera, dopo sei giorni dalla morte dell'amico, Brahim si accorse di essere in una foresta. Era a terra, stanco più che mai. Non ricordava di essersi mai stancato così. Il suo cavallo si rifiutava di andare oltre, ed adesso si stava abbeverando a ciò che rimaneva di un piccolo corso d'acqua. Anche Brahim si dissetò. L'acqua era fresca e limpida. Si distese appoggiando le spalle ad un albero spesso e alto e si assopì. Si risvegliò di soprassalto nella notte, scosso da delle risatine isteriche. Era buio pesto, ma una luce davanti a lui illuminava tutta la zona circostante. Guardò meglio e vide che la luce era una lanterna. A reggerla vi era una creatura buffa, bassa, la lunga barba e i capelli erano biondi e gli occhi scuri e grandi. Ma non era sola. Ve ne erano altri che si stringevano, curiosi, per vedere Brahim.
"Cosa siete voi e chi siete?" chiese lui.
Le buffe creature risero ancora ma poi uno, quello con la lanterna parlò:
"Io sono Barùk-Hiliùk e appartengo al popolo dei Nanmi." fece la creatura.
"Al popolo....?"
"Dei Nanmi!" ripetè Barùk-Hiliùk.
"Non ho mai sentito parlare di questo popolo. Ma siete reali o stò sognando?"
"Certo che siamo reali. Ed ora alzati fannullone. Questo non è il luogo adetto per dormire!"
"Ogni luogo è adatto per riposare." fece Brahim.
"Non più umano. Non è più possibile dal giorno che Laùrinién è stata distrutta." disse Barùk-Hiliùk tristemente.
Brahim rimase basito, e il Nanmo, guardando la sua espressione disse:
"Non lo sapevi? Arghatar ha attaccato il Reame Elfico e lo ha distrutto. Non vi è rimasto più un elfo ad Erghéa. Dopo la loro distruzione Arghatar ha preso dimora nel palazzo dove viveva Endacil, l'ultimo Re Elfico, e sua moglie, la regina Eledwhen. Pare che la regina avesse avuto di recente un'altro figlio di nome Ereinion, ma di lui non se ne hanno notizie. Sarà di sicuro morto come tutta la loro stirpe, ma ora andiamo. Pattuglie di Bugbear battono spesso le foreste, e di tanto in tanto vi sono anche delle strane cose volanti che taluni chiamano Allip, meglio non incontrarli. Andiamo. Seguici straniero!" ... (To be continued)


FINE PRIMO EPISODIO DEL 5 CAPITOLO DELL'IPOTETICA TRILOGIA THE LEGEND OF THE ELVE.

AL 2° EPISODIO DEL 5° CAPITOLO!

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1 Saluto

                                 ...::: AryA :::...





April 28

CAPITOLO 4; PARTE 2: Meldon di Hìros.

 
THE LEGEND OF THE ELVE
CAPITOLO 4; EPISODIO 2: MELDON DI HìROS.
 

La guardia bussò una volta all'enorme porta di bronzo alle sue spalle e vi entrò richiudendosi la porta alle spalle. La sala era gigantesca e molto luminosa per via delle enormi finestre. Sul soffitto era dipinto un cielo con delle bianche nuvole, ma era così reale che pareva che non vi fosse. Le pareti sembravano ricoperte d'oro. Proprio nel centro della sala un'enorme e lungo tavolo ospitava una ventina di persone, uomini, donne e vecchi, tutti insegnanti di magia, che sedevano su sedie con comodi Ponch Rossi. A capotavola, sul suo trono d'oro vi era Meldon. La guardia si diresse diretto verso di lui e sussurrando disse:

"Sire! ... Un vecchio attende fuori la vostra porta. Dice che porta notizie urgenti dalle frontiere elfiche e con prove!"

"Lascialo passare!" disse Meldon interessato "Scusatemi Signori, ma pare che vi sono dei problemi. Non vi mando via perchè sono cose che potete udire."

Mentre Meldon parlava la guardia tornò da Ettelen e lo fece entrare.

"Ettelen!" esclamò Meldon sorpreso "Non sapevo che il vecchio fossi tu! Ma perdona se la mia guardia è stata scortese. E' giovane e non ti conosce!"

"Se è stato scortese avrei avuto diversa reazione mio Signore e Amico! Ma non sono quì per testare le tue guardie. Io..."

"La guardia mi ha informato. Cosa succede? Mi è stato detto che porti notizie dal fronte elfico? E' parecchio tempo ormai che non si hanno più notizie di quel fronte. E ... per Diana, cos'hai in mano? Parla, o prode Ettelen, mi incuriosisci!" disse Meldon.

In quel momento la cosa tra le mani di Ettelen cominciò a muoversi e a piangere. Ettelen levò la sottile coperta che lo avvolgeva e Meldon vide che era un bambino. Il piccolo era vestito di un bellissimo e sontuosissimo abito infantile argentato. Doveva essere il figlio di qualche Re o Principe. Gli abiti erano piuttosto signorili. I corti capelli erano biondi, sembravano quasi dorati. E il volto? Il volto era sottile. La bocca era sottile, il naso piccolo da infante. I piccoli occhi erano socchiusi, ma si vedeva una piccola parte dell'iride, ed era azzurra. La fronte era ampia e le guancie paffute. Le orecchie erano a punta.

"Un bambino?" domandò Meldon.

"E' un figlio di elfi, Sire!" precisò Ettelen.

"Cosa?..." fece Meldon stupito "...non si hanno più notizie degli elfi da anni ormai,..."

"E mai più se ne avranno, credo." lo interruppe Ettelen "Arghatar ha preso dominio su tutta Erghèa oramai. Ho visto l'ultimo elfo nascondere questo bambino e poi essere catturato dagli orchi. E dalla cima di Markàd, il giorno dopo si vedeva del fumo salire da Làurinién. Credo che infine gli elfi abbiano ceduto e che ora siano tutti morti."

"Ciò che dite, Signore, porta dolore, ma come fate a dire che questo infante sia Figlio di elfi?" chiese un'uomo più lunatico.

"Ma Darical, non vedi dunque le orecchie del bimbo? Basta quello per dire che è un'elfo."

"E non solo. Questo bambino somiglia molto ad un'elfa che incontrai molti anni or' sono. Ma non voglio parlarne. Con ciò che le sarà successo mi reca solo dolore."

"Non te lo chiedo, ma dimmi come lo hai trovato e come si chiama."

"Stavo facendo la solita passeggiata. Volevo vedere se riuscivo a trovare piante e frutti come facevo un tempo, e così finì per arrivare nei pressi di Hirimos, il grande fiume che segna i tuoi confini, quando, dalla foresta che sita sull'altro lato del fiume, vidi un'elfo correre verso di esso con codesto bambino fra le braccia. Esso era rincorso da un lupo selvaggio e da una decina di orchi. Inciampò e non so come si ritrovò il lupo addosso. Non ho visto bene perchè mi sono nascosto dietro i cespugli, comunque ho visto poi il lupo cadere morto. L'elfo indi alzatosi entrò guardingo nella casa posta sulle rive del fiume e ne uscì subito con una vecchia conca in mano dove vi depose il bambino in fasce e lo nascose tra un bosco di canne, poi si lanciò sugli orchi che lo avevano raggiunto. Ed io l'ho visto solo cadere ed essere trascinato via da quei mostri. Ho allora raggiunto il punto in cui l'elfo aveva nascosto la conca dopo aver guadato il fiume,..."

"Hai guadato il Grande Hìrimos?" chiese un vecchio uomo con capelli e barba lunghi e bianchi e gli occhi verdi.

"Non interrompere Sirtun!" sbottò Meldon "Continua vecchio mio!" disse poi ad Ettelen.

"...dicevo... Ho trovato il bambino nella conca. L'ho preso con me e sono indi tornato indietro per recarlo a te passando per le montagne" disse Ettelen "Dopo questo resoconto, ti prego, non dirmi di no. Ti chiedo di prendere Erellont come se fosse figlio tuo. Così io l'ho chiamato perchè non conoscevo il suo nome. Cosa mi rispondi?"

"Non può un'uomo allevare un figlio di elfi, vecchio!" sprezzò Darical.

"TACI! La scelta non è stata posta a te!" urlò Meldon e guardando Ettelen disse: "Mio amico, io ti stimo. Tu sei saggio e sai quello che fai perciò accetto. Ma vedo un'altra domanda che ti preme. Qual'è?"

"Sire..." fece Ettelen "...e amico, io chiedo se, rimanendo, mi fosse possibile educare poi Erellont su quanto io so, non togliendo il mestiere agli istruttori. Solo questo, per rimanere accanto al ragazzo. Mi si spezzerebbe il cuore al dovermene separare."

"Vedremo quando verrà poi il tempo. Ed ora va, riposati. Ti vedo stanco." Appena Ettelen, dopo essersi congedato, uscì dalla sala, e Darical disse furioso:

"Sire! Già tanto è stato fatto accettando di accudire quest'elfo..." ed indicò il bambino che Ettelen aveva lasciato tra le braccia di Meldon "...ma permettere a quel vecchio zotico di educarlo..."
"Fuori di quì!" disse Meldon tentando di rimanere calmo.

"Cosa?" fece Darical "Perchè?"

"Non ti permetto di parlare a codesto modo del vecchio Ettelen, perciò FUORI!"

"Tenete più a quello zotico o a me?"

"Se proprio devo scegliere Darical, la mia scelta sarebbe Ettelen e non te. Non per questo ti reputo importante. Sei saggio nella tua materia l'Astronomia." fece Meldon "Ed ora Signori... vado a mostrare il mio figlioccio a mia moglie."

Meldon uscì dal salone e si recò su di un terrazzo che si univa ad un giardino. In questo giardino vi era una donna. Milia era il suo nome. Ella era la Dama di Hìros, moglie di Meldon. Era bella, alta e bruna. Il suo viso sottile era incorniciato da lunghi capelli scuri raccolti in una treccia; il volto era adorno di un piccolo naso a punta, labbra sottili e due occhi penetranti e marroni. Portava un lungo abito Celestino ed era seduta su di un'altalena con le due corde avvolte da erbe e fiori gialli e rosa. Quando vide che Meldon si dirigeva verso di lei cessò di cantare e osservò il marito incuriosita. Allora Meldon presentò e lasciò Erellont tra le braccia di Milia.

"Questo sarà il nostro figlioccio. " Finì Meldon.

Intanto Ettelen era uscito dal palazzo, e si era recato in una via lì accanto. Fatti sì e no una decina di passi si fermò ad una misera porta sulla destra. Estrasse così da una tasca posta a tracolla dell'asina una chiave e la infilò nella toppa, la fece girare ed aprì. Vi erano due corridoi. Uno che portava all'abitazione, ed uno che andava ad una piccola stalla pavimentata di roccia e fieno. Lì vi recò l'Asina, gli riempì la mangiatoia e la vasca dell'acqua e andò in casa. Essa consisteva in due piccole stanze, una sala ed una camera da letto. Il salone era decorato con un camino al quale sulla mensola vi erano oggetti preziosi. Sedutosi su di una sedia scomoda estrasse dalla bisaccia che aveva riportato in casa, il pugnale. Lo osservò a lungo rigirandoselo tra le mani. Non aveva accennato a Meldon del pugnale, gli avrebbe chiesto sicuramente di mostrarglielo e di lasciarglielo, e lui non voleva. D'altro canto il pugnale era suo.

"No! Io non merito questo pugnale. L'ho smarrito, ed ora che l'ho ritrovato non ne ho bisogno. Oh! Quell'elfa aveva preveduto che avrei ritrovato il mio pugnale, ma perchè non ha previsto cosa ne avrei fatto!?" si rammaricò Ettelen. Conservò il pugnale nella scatola più preziosa che aveva sulla mensola del camino, e la nascose nella camera da letto, in un misero armadio. Aveva ormai deciso avrebbe conservato il pugnale e lo avrebbe poi donato ad Erellont quando ne sarebbe stato opportuno. Per adesso sarebbe stato lui il custode e non lo avrebbe detto a nessuno.

 
 
 
April 24

CAPITOLO 4; PARTE 1: Meldon di Hiìros.

 
THE LEGEND OF THE ELVE
CAPITOLO 4; EPISODIO 1: MELDON DI HìROS.

 

Ettelen stava dunque portando l'infante a Hìros lasciandolo così sotto la custodia di Meldon signore della città. Hìros era divenuta una cittadina tranquilla e d'alto rango, non per nulla era la capitale del Regno del Sud. Il grande popolo di uomini come li chiamavano gli elfi. Ma di umano quella terra aveva ben poco. I loro abitanti erano, seppur rassomigliando parecchio alla razza umana, più longevi, la loro vista ed i loro sensi erano più acuti. In pratica si avvicinavano di più alla razza elfica anche se non erano belli come gli elfi e non possedevano il dono dell'immortalità ed erano scuri. Inoltre erano conoscitori dell'arte della magia. Fra di loro, poi, vi vivevano anche le ultime famiglie di Nani rimasti nel Sud. Tutte le altre si erano recate a Nord molto tempo prima che le ombre di Arghatar nascessero, quando tra Nani ed Elfi vi era ancora amicizia. "Perchè i vecchi Nani ricordano..." dicevano loro "...che un tempo erano amici degli Elfi". E i più piccoli chiedevano "e perchè non vi è più questa amicizia?" E i Nani non rispondevano. Stà di fatto che mai più, finora, videro gli Elfi.

Ma torniamo ad Hìros. Hìros divenne ciò che è adesso dopo grandi e lunghe sofferenze. Si deve sapere che il Regno del Sud una volta era abitata anche da Orsi Crudeli e dagli Athach selvaggi. Questi avevano poi rubato, da un piccolo popolo di uomini il metodo per costruire armi che poi usarono contro di loro per saccheggiare e conquistare. A quel periodo il Grande Reame del Sud era diviso in più popoli. I due più grandi erano Harinas ed Heirùs con la prima come capitale del Regno. Il nemico aveva ormai conquistato gran parte del Reame, ma le altre città, seppur in minor numero, si difesero alla meglio. Scoppiò così una terribile guerra che vide, nonostante l'aiuto di elfi e di cavalieri dei draghi dalla parte degli uomini, la distruzione di parecchi popoli, tra cui Harinas, ma anche la vittoria degli uomini. Ma oramai Harinas era divenuto un luogo inospitale, sinistro e irrimediabilmente danneggiata, così Hirmeln, Re del Reame del Sud, decise di trasferire la capitale del Reame a Heirùs rinominandola Hìros, e vi dimorò fino alla morte lasciando il trono hai figli Hìron e Melinìa.

Hìron, anche dopo la morte del padre continuò a tenere legami con gli elfi, e fino ad un certo tempo persino con i cavalieri dei draghi, ma poi proprio mentre egli si trovava in una veneranda età si cominciò a parlare di Arghatar. Gli elfi di tanto in tanto portavano notizie da Diuvre, a nord di Erghèa. Si diceva che Arghatar fosse entrato in possesso del Regno Nero, Hòster, oltre le montagne nordiche e che aveva al suo servizio delle creature spaventose chiamate Allip. Ma Hìron non avendo più la forza di combattere ne con la magia ne con le armi, decise di abdicare, lasciando il trono al suo unico figlio maschio Melden che aveva appena avuto un figlio dalla sua sposa Urwen.

"Melden, figlio mio, vieni!..." gli disse Hìron, e Melden gli si avvicinò "... Io non sono più in grado di Governare. Un'ombra stà calando su questo mondo, ma vedo che non è mio compito doverla combattere. Anche perchè non ne ho più le forze. Sarai tu a comandare a Hìros d'ora in poi e a me un pò di Pace, così che possa godermi, in questo tempo rimasto, il mio nipotino Meldon."

Così Melden divenne Sovrano di Hìros, ma Arghatar era inarrestabile. Aveva oltrepassato le montagne invadendo Diuvre che dovette soccombere, ed i loro abitanti fuggirono a Siermas con il quale erano alleati. I cavalieri dei draghi tentarono in ogni modo di fermarlo ma egli aveva appreso il metodo per distruggerli. Infatti, ad Hìros come anche a Diuvre, tutti sapevano che se uccidevi un Cavaliere il suo Drago, o per sofferenza o per il troppo affezionamento al proprio Cavaliere, periva. Non si sapeva come Arghatar fosse entrato in possesso di tale informazione. Temendo quindi per la loro vita e per quella dei loro Draghi, tutti i Cavalieri rimasti decisero di ritirarsi, e con loro andarono via anche alcuni elfi accorsi in loro soccorso. La notizia della ritirata dei Cavalieri giunse rapida a Hìros, alle orecchie di Melden e di suo padre Hìron che, per tentare di aiutare gli ultimi elfi rimasti, mandò un paio di uomini in loro soccorso, ma nessuno di loro fece ritorno; E gli anni passarono, Hìron morì e Meldon cominciava a dilettare nel campo delle armi, della magia e della saggezza. Arghatar intanto conduceva delle battaglie per invadere Siermas, e tra i suoi eserciti non vi erano solo orchi, ma gli Athach e i Bugbear. Gli Athach sono dei grossi mostri simili ai giganti, sono molto trasandati e coperti di stracci e brandelli di pellicce. Dalla parte centrale del torace gli spunta un terzo braccio. La loro bocca ampia e bavosa era armata di zanne che spuntano dalla mandibola. I loro occhi ed il loro naso sono piccoli e le orecchie pendenti sono una più grande ed una più piccola. Essi erano gli ultimi rimasti, o almeno quelli che erano riusciti a sopravvivere alla Grande Battaglia del Sud, e recatosi a Nord avevano preso servizio sotto Arghatar. I secondi erano i suoi Bugbear. I Bugbear sono umanoidi muscolosi e brutali che raggiungono i 2,1 metri di altezza. Il loro corpo è ricoperto da una folta pelliccia. La loro bocca tracimata di lunghe zanne affilate ed il suo naso sono molto simili a quelle di un orso. Sono molto aggressivi. Essi vivevano ad Hoster ed Arghatar era riuscito ad ottenere, chissà come, la loro fiducia.

Quando Meldon raggiunse non solo l'età giusta, ma anche la saggezza necessaria per governare un regno, Melden gli passò le redini del regno e portò la sua armata sul fronte di Siermas dove morì.

Meldon era ora Signore di Hìros. Egli era potente tra i maghi e saggio, ma anche premuroso e, quando l'occasione lo richiedeva, anche molto duro. Il suo aspetto era quello di un'elfo e non di un'uomo. Alto, bello con i capelli lunghi e lisci ma scuri come la notte più buia. Il suo volto pareva privo di età. I suoi occhi grigi emanavano saggezza profonda. Sembrava proprio uno di quei Re in cui bellezza e gloria erano vissuti nel passato ed ora venivano ricordati solo nelle leggende. La sua bocca era sottile, avvenente. Indossava abiti sontuosi, spesso ricamati da ghirigori dorati.

Tutti lo amavano ad Hìros. Era sul suo trono, solito in una riunione con gli insegnanti dell'Accademia di Magia, quando Ettelen arrivò nella piazza principale del Paese in piena mattinata. La piazza era grande, bella e circolare, pavimentata di pura roccia, ed al centro vi era una meravigliosa fontana che rappresentava una bellissima donna china verso il basso, con in mano un'anfora dal quale sgorgava della limpida acqua. Questa raffigurava la prima Regina degli uomini, prima ancora che Harinas fosse proclamata Prima Capitale del Regno del Sud. Si narra che la prima Regina fosse in realtà un'elfa che rifiutò il dono dell'immortalità per seguire il suo amato che era un mortale, e tale era la sua bellezza che quando morì, il Re suo marito, le fece scolpire una statua in memoria dai più abili Nani della città. Infatti tutta la piazza era opera dei Nani, in più essa ospitava bancarelle stracolme di cibi e meravigliosi tessuti. A fare da muro alla piazza vi erano case, botteghe ed osterie, tra cui la bottega di un'armaiolo e un fabbricante di bacchette e bastoni magici.

Il palazzo di Meldon consisteva in un castello enorme, collocato in modo che la statua nella piazza le desse le spalle.

Ettelen arrestò la sua Asina proprio dinanzi al portone principale, scese con cautela ed entrò a palazzo osservato da tutti i presenti che si erano incuriositi al vederlo con un fagotto fra le braccia. Udì distintamente uno alle sue spalle dire: "Ma che cos'ha in mano il vecchio?" ma lui non ci badò. Non erano fatti loro.

Chiese informazioni ad una guardia che lo informò che Meldon era in riunione e che non poteva essere disturbato. Ma Ettelen si rivolse alla guardia dicendo:

"Sentite Buon Uomo! Entrate dal Re e annunciatemi. Ho notizie urgenti dalle frontiere elfiche che non possono e non devono essere trascurate. Sono notizie di fondamentale importanza e porto una prova, innocente, di ciò che dico. Vi prego! Fatemi passare!"

"...se dite che è urgente..."

"Lo dico!"

"Allora attendete che torni per riferire."  ... ... ...

 

FINE PRIMO EPISODIO DEL 4 CAPITOLO DELL'IPOTETICA TRILOGIA THE LEGEND OF THE ELVE.

AL 2° EPISODIO DEL 4° CAPITOLO!

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                                 ...::: AryA :::...

CAPITOLO N°3: Il pugnale di Dorinath.

 
THE LEGEND OF THE ELVE
CAPITOLO 3: IL PUGNALE DI DORINATH.

 

Ettelen era il vecchio eremita, abitante della baracca sul fiume. Tutti lo chiamavano così ormai da un tempo innumerevole, Ettelen lo Straniero, conosciuto da elfi e uomini. Nessuno sapeva quanti anni avesse e nemmeno se Ettelen fosse il suo vero nome. Stà di fatto che egli prese dimora fissa sul fiume Hìrimos, probabilmente dopo la scomparsa dei cavalieri. Era un'uomo piuttosto solitario, e si fidava di poche persone, tra cui Meldon, capo dell'ordine degli stregoni e Sire di Hìros. L'aspetto di Ettelen era quello di un vecchio uomo. I capelli lunghi fino oltre le spalle erano bianchi, come la barba, anch'essa piuttosto lunga e candida. Il suo viso era pieno di grinze e due occhi azzurri erano incastonati dentro delle vecchie fessure. Camminava piuttosto svelto per quanto potesse andare veloce un vecchio. I suoi abiti consistevano in un completo da viaggio grigio sporco, una mantella consunta e portava ai piedi un paio di stivali leggeri, comodi e logori. Camminava ricurvo sotto il peso di molti inverni e si appoggiava ad un basso, tozzo e nodoso bastone. Non aveva un cavallo ma un'Asina dal pelame grigio che cavalcava quando non se la sentiva di camminare. Un dì, dopo essere tornato dal suo solito giro di ricerca di cibi, erbe mediche e notizie dei vari paesi, trovò la sua dimora sul fiume aperta e saccheggiata. Tutte le sue ultime ricchezze rimaste erano state portate via, tutte quelle che aveva più a cuore le aveva rinchiuse in una dimora regalatagli da Meldon a Hìros, tutte eccetto un pugnale d'oro.

"Me misero!" si rammaricò Ettelen dopo aver visto la sua casa saccheggiata e dopo aver visto cosa mancava fece "Il mio pugnale! Il pugnale di Dorinhat! Me misero!!".

La casa era sottosopra. I ladri non avevano solo rubato gli oggetti preziosi, ma anche distrutto la porta e finestre. A quei tempi vi erano molti malviventi nelle foreste.

"Come posso farmi ora perdonare da Duinhir per aver perso il suo dono! Oh me misero!" continuò Ettelen.

"Perchè piangete Buon Uomo?" gli chiese una voce dolce e chiara.

Ettelen, udendo la domanda, alzò lo sguardo e vide una donna. Una donna elfica per l'esattezza. Essa era per lui bella. I suoi biondi capelli erano pari ad un fiume d'oro ed un esile cerchietto dorato vi era intrecciato tra di essi. I suoi profondi occhi azzurri guardavano Ettelen incuriositi.

"Chi siete?" domandò Ettelen alla dama "Sei forse un'allucinazione o un'angelo? Rispondimi! Chi sei?"

"Una sola è la tua domanda! E poichè non sono un'angelo o un'allucinazione, ti dico che io sono Eledwhen figlia di Duinahir, fratello di Duinhir e sono la moglie di Endacil Sire di Làurinién!" rispose ella.

"Una Regina degli elfi!" fece Ettelen sbalordito "No! Non sono degno della vostra attenzione."

"Non dite così, vi prego! Rispondetemi! Come mai piangete? E cosa è accaduto alla vostra casa se è vostra come credo!"

"La dimora che vedete è mia sì. Ma nulla ho più quì degni a una dama di tale rango. Tutti i miei ultimi beni preziosi rimasti in questa casa mi sono stati sottratti, ed uno in modo particolare a cui tenevo molto più della mia vita stessa. E' per codesto motivo che piango mia Signora!"

"Descrivetemi quest'oggetto al quale voi tenevate così tanto e che vi è stato sottratto!"

"Non servirà a farmelo riavere mia Dama!"

"Vero!" rispose ella ridacchiando "Ma almeno così posso immaginarmi il valore e la bellezza di tale oggetto!"

"Era un pugnale, uno tra i più bei pugnali mai forgiati dagli elfi fabbri. La sua elsa era dorata con delle incisioni elfiche di una fattura minuziosa. La lama era sottile e lunga non più di dodici pollici. Era anche adorna di un lungo solco ricurvo che la percorreva per tutto il pugnale da tutt'e due i lati della lama. Mi era caro. Fu un dono fattomi da Duinhir nei tempi in cui egli era Signore a Lithìrea prima che venne distrutta. Oh! Me misero!"

"Da come me lo descrivi pare che esso sia il Pugnale di Dorinhat, il primo pugnale elfico forgiato ad Erghèa. L'unico tra i più belli e potenti pugnali."

"Proprio quello mia Signora. La tenevo nascosta in casa dentro un'involucro di ferro. Vi prego! Perdonatemi se ciò vi reca offesa!"

"Siete perdonato egregio...?" chiese ella gentilmente.

"Ettelen! Ettelen mia signora!"
"E perchè vivete solitario in un luogo simile?"

"Io... ...mia Signora... ...io sono un'uomo che vive di pace e non mi dispiace dover rimanere da solo. Ma non vivo sempre quì. Sono un'eremita. Ho dimora anche ad Hìros ma quì trovavo quiete. Ma ora non più!"

"Mi sei simpatico, ma ora ti debbo lasciare. La mia passeggiata è giunta al termine, ma tornerò a discorrere con te se ne avrò l'occasione."

"Non credo che mi troverete se dovreste tornare. Non abiterò più questa casa. Tornerò ad Hìros."

"Allora che la benedizione degli elfi scenda su di te, e che un giorno tu possa ritrovare ciò che hai perduto, che ti servi o no."

"Accetto la vostra benedizione e vi ringrazio per il conforto che mi avete prestato."

"Che gli elfi ti assistano Ettelen!" fece Eledwhen e rimontata a cavallo se ne andò silenziosa.

Da allora Ettelen conservò il ricordo di Eledwhen, e da allora non si seppe più nulla del Pugnale di Dorinhat fino ad oggi. Non appena Ettelen, seppure fossero trascorsi tanti di quegli anni, si ritrovò il pugnale tra le mani, una gioia lo pervase, ma era una gioia vuota. Oramai il pugnale non gli sarebbe servito a nulla. Osservò il bambino, e si meravigliò. Assomigliava tanto a quella Regina elfica che tanti anni fa l'aveva consolato sulla perdita di quel pugnale, che un'idea si insinuò in lui.

"Gli assomigli tanto! Assomigli tanto a quell'elfa, come si chiamava..." gli disse pensando soavemente "...Eledwhen! Ma non so come ti chiami tu." continuò notando le orecchie a punta tipiche degli elfi. "... ma anche tu sei un'elfo! Allora ti chiamerò Erellont. Andiamo piccolo. Io mi prenderò cura di te da ora in poi."

Cavalcando la sua Asina percorsero le montagne del Sud. Giunto alla fine del primo giorno di marcia Ettelen si era già allontanato parecchio dal fiume. Erano usciti da parecchio tempo dalla foresta e avevano trovato rifugio in una piccola caverna sulla cima del Mathars. Da lì si vedeva ancora il fumo che saliva a spirale dalla cittadina elfica Làurinién.

"Lì Erellont vi era l'ultima città elfica. Ma temo che adesso sia cenere e rovine! Nessuno più vi abiterà da ora in poi! Il mondo si oscura e le poche luci rimaste sono deboli!"

Il giorno seguente riprese il suo viaggio nelle alture. Ettelen era un'uomo molto premuroso, dedicava al piccolo tutte le attenzioni possibili. Durante la giornata incontrarono dei cacciatori che si aggiravano per le alture in cerca di prede. Erano tutti uomini alti e fieri.

"Hei! Vecchio Ettelen! Dove te ne vai?" gli disse uno di loro dopo aver scorto e riconosciuto il vecchio Ettelen.

Ettelen arrestò la sua Asina, e fissò intensamente l'uomo che gli aveva rivolto la parola e il suo compagno,ma solo dopo pochi secondi disse:

"Vado dove decido di andare Brahim! E' forse vietato andare in giro per le alture?"

"Che io sappia no! Ma dai! Tu non vai mai da nessuna parte se non fosse per necessità di soddisfarre i tuoi bisogni!"

"Ebbene Brahim, sappi che stò facendo ritorno a Hìros, da Meldon ad essere precisi. L'altra sera sono successe cose che lui deve sapere."

"Cos'hai lì vecchio!" disse il compagno di Brahim.

"Una povera creatura abbandonata che ho trovato in riva al fiume. Non mi fare domande, odio dare risposte, soprattutto agli indegni. Vi ho già detto troppo dicendovi dove mi dirigo."

"Non ti fidi dunque, vecchio?"

"No! Non mi fido. Ma non ti offendere, io non mi fido nemmeno se tu fossi il più sincero a questo mondo, e raramente mi fido persino di me stesso."

"Di chi ti fidi allora? Del silenzio o della solitudine?"

"No! Pure quelli hanno orecchi. Vi sono solo due o tre persone di cui mi fido. Una di queste è Meldon."

"E le altre due o tre?"
"Adesso chiedi troppo. Gli altri due sono elfi e non sono sicuro che vivino ancora, almeno uno. Ma ora non ho tempo e voglia di stare a discorrere con te. Vi saluto!"

Ettelen li salutò e spronò l'Asina che riprese immediatamente il cammino.

Non vi furono altri incontri durante il traggitto che fu lungo e soleggiato.

Arrivò alle porte di Hìros in un mattino luminoso di due giorni dopo l'incontro dei due cacciatori.

 

L'INTERO TERZO CAPITOLO DELL'IPOTETICA TRILOGIA THE LEGEND OF THE ELVE.

AL 4° CAPITOLO!

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April 20

CAPITOLO N°2: L'unico superstite.

THE LEGEND OF THE ELVE
CAPITOLO 2: L'UNICO SUPERSTITE.
 

Quando Re Endacil lasciò andare la Regina, seppe a cosa ella andava incontro, lasciandola così andare incontro al suo destino.

Con le lacrime agli occhi la Regina prese suo figlio dalle tremanti mani di Bor e con voce tremante disse, infine, addio all'unico elfo che ella abbia mai amato. Le sue lacrime scendevano ormai copiose sul suo viso mentre cavalcavano via sulla starda maestra. Amdir che le era affianco la osservò, afflitto anch'egli dal dolore.

"Mia Signora! Non disperate! Prode e fiero è colui che cade!"

"Mio buon Amdir!" rispose la Regina senza arrestare le sue lacrime "Non sarà solo il Re di Làurinién a cadere, ma anche il suo popolo e la sua Regina. Questa è una marea troppo grande per far si che un misero scoglio, seppur protetto alla meglio, la possa fermare. Le onde provengono da tutti i lati oramai, persino da dinanzi a noi e la morte è con essa."

"Allora vuol dire che combatteremo per difenderci!" esultò Hathol.

"Non vi sono più forze nei pochi elfi rimasti. Se Endacil ha fallito, non vedo come voi sareste in grado di fermarla o prode Hathol! Ma non disperare! La tua vendetta sarà forse placata e allora, in futuro, qualcun'altro ne chiederà per te. Ma ora, Amdir, mi rivolgo a te, perchè di te il mio cuore si fida. So che nella battaglia anche tu hai perduto tuo padre ed i tuoi fratelli, ma mai te ne ho visti rimpianti..."

"No, mia Dama..." rispose Amdir interrompendola cortesemente "... di rimpianti ve ne sono, ma il prezzo da pagare per la mia vendetta era troppo alta, e ringrazio il cielo e benedico Bauglir che mi salvò dalla stessa morte dei miei cari. Ma adesso non posso più ricambiargli il favore. Essi sono stati uccisi dai Troll"

Hathol ascoltava il discorso ed osservava Amdir con ammirazione. Adesso capiva perchè il Re e la Regina avevano tanta stima di lui. Sapevano che Amdir, in quanto abile e forte in armi, avrebbe saputo porre dei limiti ai suoi dolori, tentando saggiamente di aiutare la Regina nel suo viaggio.

"Hai detto giusto Amdir. Per questo la mia stima nei tuoi confronti cresce, così che ho deciso di affidarti un compito, un compito fondamentale che dovrà essere eseguito solo se io non vi sia più."

"Dite mia Signora e non vi mancherò d'ordine. Qualunque cosa mi chiederete sarà fatta, anche se dovessi rimetterci la vita!"

"Bene! E' ciò che volevo udire. Ti chiedo, che se io dovessi morire, di prendere Ereinion e di nasconderlo il più lontano possibile dai nostri nemici. Ma se ti seguiranno fa si che non lo trovino mai. Dirigiti, com'era desiderio del Re, verso il grande fiume Hìrimos. So che lì tempo fa vi abitava un vecchio eremita. Non ti chiedo di cercarlo, perchè non sono sicura che viva ancora, ma almeno lì troverai un rifugio per mio figlio."

"Che sia come volete mia Signora!" fece Amdir portandosi una mano al petto.

Intanto Hathol aveva preso ad osservare inquieto la foresta intorno a loro. Aveva notato l'insolito silenzio, e ne era preoccupato, così taceva ed ascoltava. Ad un tratto un grande botto indusse la compagnia a voltarsi puntando gli occhi lì dove il loro Re tentava una scarsa difesa, e videro fuoco. Fuoco, polvere e freccie che fendevano il cielo per poi ricadere verso il basso. Teeribili ruggiti e grida si udivano, tanto da far accapponare la pelle. Il primo a riscuotersi dal terrore fu Hathol, che persuase con successo la compagnia a continuare a cavalcare nella foresta senza badare a ciò che accadeva dietro. Avevano ormai galoppato per un buon pezzo, ed erano ormai lontani da Làurinién, così Hathol fece rallentare l'andatura dei cavalli per procedere con più cautela.

"Dama Eledhewen!" disse una donna alle spalle della Regina.

"Dimmi Idryal! Ti ascolto!"

"Cosa ne sarà di noi? Perchè non vedo luce nella nostra via. E vi sono ombre orrende che non ci lasciano andare!"

"Purtroppo, mia cara Idryal, a ciò non so risponderti. L'unica cosa che sò è che noi abbiamo già perso, e la vittoria del nostro nemico è ormai giunta!" rispose la Regina.

Il cammino fu tranquillo per un'altro tratto, e il loro percorso si inoltrava in una buia e fitta foresta. Gli alberi erano vecchi. La foresta era vecchia in tutto e per tutto. Persino le pietre non ricordavano più da quanto tempo giacevano lì. L'erba cresceva solitaria ai piedi degli alberi e ad i margini del sentiero. Esso era spoglio. Non un solo fiore di Malloth vi cresceva, e quà e la i fusti degli alberi erano invasi dai rampicanti selvatici. Dal più profondo della foresta, una nebbia cominciò ad invadere la loro visuale, costringendoli ad avanzare con cautela e silenzio. Persino i cavalli non osavano nitrire.

"Codesto buio e silenzio non mi piacciono affatto!" disse Càno raggiungendo Amdir "Avrei affrontato più volentieri un sentiero costeggiato da lance e spade e popolato da lupi piuttosto che questa cupa nebbia."
"Forza e coraggio Càno! Non è con la paura che si affronta la morte. Che sul sentiero vi siano spade e lancie o lupi, essi non fermeranno il mio cammino."

"Sei rude! E ciò non fa per gli Elfi."

"E cosa dovrebbero fare gli elfi?" gli urlò Hathol "Nascondere la testa come conigli?"

"Tacete!" li richiamò la Dama Eledwhen. Un ringhio seguì le sue parole.

"Non siamo soli!" aggiunse Amdir estraendo la spada. Indi spronarono i loro cavalli ad andare avanti. Tale atto comportò l'attacco da parte del nemico, che come il cacciatore si avventa sulla sua preda.

"Sono i domatori dei lupi crudeli!" urlò un elfo di nome Neitham fuggendo assieme agli altri. Fu una lunga fuga nel buio ma i lupi, con i loro domatori, acquistavano terreno eliminando senza pietà gli elfi che raggiungevano.

"Correte! Emairth amra-ammen!" urlò la Regina "Hìrimos non è lontano! Amdir..." e attraversarono al galoppo due piccole grotte scure poste ai due lati del sentiero dal quale sbucarono un'esercito di orchi, che si avventarono sulla compagnia. Amdir, Hathol e la Regina, con il figlio, essendo i più rapidi sui loro destrieri, erano riusciti a transitare tra i nemici riuscendone incolumi, ma furono immediatamente inseguiti.

"Non fatevi scappare quei cani rognosi!" li rimbeccò un orrendo capo orco. Gli Orchi sono orrende creature dall'aspetto quasi umano con la pelle grigia e i capelli grezzi. Hanno una postura non eretta, la fronte bassa e un grugno porcino, con i canini inferiori sporgenti che richiamano le zanne di un cinghiale. Sono umanoidi aggressivi che depredano e combattono le altre creature che li circondano. Provano un odio radicato per gli elfi. Hanno pupille rosse e orecchie appuntite. Ora, all'ordine di Urkork, il capo orco, un'orda di orchi arcieri scoccarono frecce in direzione dei tre elfi.

"Idioti!" si lagnò Urkork appena vide ke solo una freccia era andata a segno uccidendo il cavallo di Hathol "Siete degli schifosi idioti incapaci" e estrasse un corno e la sua spada. Un suono orribilante fuoriuscì dal corno appena questi lo suonò, e nello stesso istante i lupi, con alcuni tra i migliori orchi arcieri, si lanciarono all'inseguimento di Amdir e di Dama Eledwhen che teneva stretta a se suo figlio. E mentre i lupi correvano Urkork si avventò su Hathol che tentò di difendersi inutilmente. Hathol ferì Urkork ad un arto ed egli si vendicò decapitandolo. Ciò distrasse Càno, che seppur provando disprezzo per Hathol, se ne dispiacque e abbassando le armi e le proprie difese venne trafitto dal suo nemico.

Quando Urkork e i suoi orchi finirono di sterminare la compagnia, inseguirono quelli che erano corsi avanti, fino a ritrovarli in una pianura attorniata dagli alberi immersi in un urlo di vittoria attorniando il corpo della Regina Elfica, mentre tre orchi facevano ritorno dall buio degli alberi dinanzi a loro. Infatti accadde che quando Amdir e Dama Eledwhen si voltarono dopo aver udito il trambusto proveniente dalle grotte ormai dietro di loro, videro Hathol cadere da cavallo e tutti gli altri elfi tentare di difendere le loro vite; Ma non si fermarono. Continuarono la loro corsa sapendo che i lupi e gli arcieri erano alle loro spalle. Avevano udito i loro gridi selvaggi, e proprio mentre attraversarono lo spiazzo, una freccia d'orchetto trafisse la Regina che si accasciò su Fanon il suo destriero.

"Amdir!!" gridò allora la Regina ormai in preda alla morte "Amidr è il momento!!"

Amdir si voltò terrorizzato. La scena era penosa ai suoi occhi.

"Muoviti!" gli urlò allora la regina. Da dietro di loro i lupi riacquistavano terreno a balzi.

"Mia Signora! Venite pure voi! Siete ferita ma potete guarire!..."

"Baw Amdir!" criticò Eledwhen nella propria lingua e consegnandogli Ereinion tra le braccia "Bennin!!"

"Ma..... Dama Eledwhen.....!"

"BENNIN!!!!" gli urlò allora Eledwhen "Avevi Giurato!! Mantieni la tua promessa!!"

I lupi erano ormai a un centinaio di metri, quando Amdir si decise a fuggire con Ereinion. In preda alle lacrime, udì il rumore sordo di un corpo che cadeva a terra. Non c'era bisogno di vedere. Eledwhen, Regina di Làurinién era morta come tutti i suoi abitanti, e lui? Lui non aveva potuto fare nulla per impedirlo, e se ne vergognava. Di cosa si doveva vergognare poi nessuno lo sapeva. Egli aveva solo obbedito all'ultimo ordine della sua sovrana. Avrebbe dovuto esortarla a salvarsi. Ecco la sua vergogna. Ma oramai era inutile pensarci. Doveva nascondere il piccolo Ereinion. I lupi avrebbero continuato la caccia, e con loro gli orchi, perchè non permettevano mai a nessuno di fuggire. E infatti alcuni orchetti lo inseguirono tra gli alberi.

Cavalcò ancora per un pò nascondendosi alla loro visuale. Adesso era più semplice tentare di sfuggire loro. Era solo. Così scese da cavallo. Adesso la povera bestia gli sembrava un facile punto di riconoscimento per gli orchi. Avrebbe proseguito a piedi, ed era un vantaggio ed uno svantaggio. Un solo lupo aveva continuato a dargli la caccia, ma quell'unico era seguito da una decina di orchi, e come può un'elfo fuggire a dieci abili cacciatori con un segugio? In ogni modo fuggì andando a zig zag tra gli alberi. Intanto alle orecchie di Amdir, giunse la leggera e sicura voce di Hìrimos, il Grande fiume che tanto tentava di raggiungere, e proprio quando le sue rive erano visibili, il Lupo gli si avventò contro facendolo cadere a terra. Con la mano libera estrasse la spada e nel momento in cui l'animale gli ripiombò addosso per far penetrare le sue fauci nel corpo dell'elfo, egli affondò la punta della sua spada nel ventre dell'animale che si accasciò immediatamente su di un lato. Scossosi dal terrore di finire sbranato, si precipitò immediatamente sule rive del fiume. Lì trovò un'atmosfera fredda, forse per la nebbia o per l'urgenza del suo incarico. Si osservò rapidamente intorno e notò una baracca di legno malmessa, che sporgeva, per metà distrutta, sopra il fiume. Aveva un'aspetto glaciale. Non vi erano porte nè finestre. Esse erano state fatte a pezzi. Dove un tempo pareva esserci un meraviglioso giardino, ora vi erano alte erbe selvatiche e alte canne di bambù. Tutto ciò ke rimaneva era un caos completo. Tra i massi e legnami vi erano stracci di stoffa anneriti e laceri e in terra vi erano scaglie di lame, lance o punte di freccie spuntate. Non vi erano cose preziose. L'abitazione, evidentemente, era stata più volte saccheggiata. Amdir vi entrò con cautela, guardandosi le spalle. Era buio, e non era un rifugio sicuro.

"Sono in trappola!" si disse Amdir e guardando il vorticare delle acque che si vedevano tra le assi rotte del pavimento disse: "Ha se vi fosse una barca!" tornò fuori e tra le canne notò una piccola conca che era per metà sommersa dai flutti di Hìrimos, e sotto di esso vi era uno strano luccichio. Amdir prese la conca, la svuotò dall'acqua e verificò che galleggiasse. Poi prese l'oggetto dall'acqua. Appena lo estrasse notò che era un pugnale dall'elsa dorata. Evidentemente era sfuggito ai saccheggiatori. L'elsa, dorata era ricoperta da incisioni minuziose, e la lama lunga non più di una dozzina di pollici era sottile e lucente ed adorna da un lungo solco ondulato. Era uno dei pugnali più belli e antichi che Amdir avesse mai visto, mai ne aveva ricordato uno così. L'arrivo degli orchi gli ricordò di non avere tempo per contemplare, ma non avrebbe voluto che nè il pugnale nè Ereinion finissero nelle mani degli orchetti, così adagiò il piccolo nella conca, che rimase a galla e vi nascose il pugnale in modo che non si scorgesse. Non spinse la conca nella corrente ma la imboscò tra le canne. "E io che credevo che nella baracca vi abitasse ancora il vecchio eremita! Che il fiume ti protegga Ereinion, Sire di Làurinién! Anarinya!"

Gli voltò le spalle e, con la spada sguainata corse incontro agli orchi gridando:
"In nome di Sire Endacil e di Dama Eledwhen!" Cinque dei dieci orchi caddero sotto la sua furia, il sesto e settimo furono feriti, e assieme agli altri tre riuscirono a sopraffare il povero elfo tramortendolo. Così gli orchi, concentrati a far baldoria se ne tornavano indietro trascinando l'elfo tirandolo per un piede. La loro marcia di ritorno era coronata da canti sgradevoli che appartenevano alla loro razza. Nessuno di loro si era preso la briga di accertarsi che Amdir fosse effettivamente morto, stà di fatto che, mentre lo trascinavano, trascurando sassi e legni, Amdir cominciò pian piano a riacquistare i sensi. Quando si riebbe vide un cielo nero come la pece e privo di stelle, come se qualcuno le avesse spente. Sentì la forte presa dell'orco sul suo piede e tentò silenziosamente di osservarsi attorno notando che erano tornati nella foresta. Adesso stavano percorrendo i resti di un'antica via in disuso da parecchio tempo. Essa era costeggiata da una fitta boscaglia di alberi neri e con grotte buie e sinistre poste su alcune pareti dei monti più vicini. Amdir notò che non portava la sua spada, ma mentre lo trasciavano si imbattè in un robusto e spesso ramo appuntito. Lo prese e con cautela piantò il bastone fra le costole dell'orco che lo trainava. L'orco lo lasciò subito andare con un grido orribile e con la sua lama voltandosi tentò di uccidere Amdir che lo scansò ma venne comunque ferito. Con rapidità Amdir riuscì a recuperare la sua spada, che era tenuta come segno di vittoria da un'altro orco, uccidendo l'orco che la teneva con lo stesso legno che aveva dato lui la salvezza, così uccise anche l'orco ferito, e fuggì tra gli alberi. Non gli piaceva quel posto, ma non poteva farci nulla. L'unico orchetto ancora in vita cercò di rincorrerlo, ma Amdir era già sparito, nascondendosi in una delle grotte, e presto si diede per vinto e tornò nello spiazzo dove gli altri attendevano. Mentre gli orhi tentavano di portare Amdir nello spiazzo dal capo orco, accadde che dall'altro lato del fiume da una fitta boscaglia di canne e piante selvatiche, sbucò un vecchio curvo su di un corto bastone nodoso. Era attento a non far rumore e fissava il punto in cui Amdir aveva nascosto al conca. Dopo essersi accertato, dalla posizione in cui egli si trovava e che gli orchi fossero spariti dai dintorni, fece uscire, dal suo stesso nascondiglio una Asina dal grigio pelame che di solito usava montare, si diresse poco più a Est della baracca. Infatti vi era un punto in cui era possibile guadare il fiume, ma nessuno, eccetto l'eremita, lo sapeva. Gli altri dovevano fare un giro lungo andando parecchie miglia più a Est della baracca dove era possibile attraversare Hìrimos su un solido ponte roccioso. Appena guadato il corso, il vecchio si indirizzò oltre la casa diroccata, verso il nascondiglio della conca, e scostando le canne la trovò. Al suo interno il piccolo aveva preso ad agitarsi. Il vecchio allora lo prese con se, e con se prese anche il pugnale, tornando dalla sua Asina riattraversò il fiume.

"Povero piccolo!!" disse il vecchio guardando teneramente ciò che teneva fra le braccia "Ora tu verrai a Hìros con il buono e vecchio Ettelen!! Credo che ti porterò da Meldon! Lui saprà cosa fare con te!" e con queste parole si allontanò dal fiume dirigendosi ora verso Sud.

 

L'INTERO SECONDO CAPITOLO DELL'IPOTETICA TRILOGIA THE LEGEND OF THE ELVE.

AL 3 CAPITOLO!

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